Parrocchia Santa Maria del Pozzo

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La storia della Diocesi




La storia della Diocesi












La tradizione considera questa diocesi di istituzione apostolica ed il primo vescovo, Sueras (o Socras), martirizzato il 7 luglio dell’anno 74; intorno a quegli anni, altri Locresi avrebbero patito il martirio: il calendario liturgico diocesano, sotto la data del 15 febbraio, conserva da tempi remoti la memoria di Flaviano e Fiorentino, Agnese e Felicita, Perpetua e Veneranda.

Dopo Sueras, la serie tradizionale dei vescovi locresi comprende Modestino (fine III secolo; poi vescovo di Avellino), Basilio I (sedente nel 450-451), Pietro (sedente nel 487), Basilio II (sedente nel 502-504), ma si tratta di culto1attribuzioni indebite, dovute a lettura errata delle fonti. Il primo vescovo documentato è invece Dulcino, morto nel 591, del quale si suppone che fosse di origine siciliana. Suo successore - però non prima del 597 o 598 - fu Marciano, documentato – come il precedente - dalle Lettere di Gregorio Magno. Tracce consistenti di cristianesimo sono tuttavia presenti almeno dalla fine del IV secolo, precisamente dall’anno 391, data che si evince da una epigrafe ritrovata intorno al 1825, ma perduta e conosciuta attraverso un apografo ottocentesco: si tratta dell’iscrizione tombale di un tale Leporio, cristiano, morto all’età di 40 anni, appunto nel 391. È molto probabile, dunque, che anche questa diocesi, come altre in Calabria, sia stata istituita nella prima metà del IV secolo.

Prima sede della cattedra fu Locri Epizefiri. Nel VII-VIII secolo, per degrado ambientale, la fascia costiera divenne insicura ed inabitabile, Locri accentuò una decadenza inarrestabile ed i suoi vescovi, insieme con gli abitanti, cercarono rifugio all’interno, sull’ amba dove oggi sorge Gerace. Ivi, prima si denominarono “di Santa Ciriaca”, poi, forse dal X secolo, “di Gerace”.

La città, fin dalle origini, si qualificò “città sacra”; sacra per i santi asceti Antonio del Castello e Jeiunio (Digiuno), che abitarono nei recessi delle sue caverne; per le decine di monasteri calabrogreci che vi furono fondati (tra i quali, famosi, quelli di San Filippo d’Argirò e di Santa Veneranda, quello intitolato a San Giovanni Crisostomo, femminile, del quale sopravvive la piccola e graziosa chiesa a navata unica, detta di San Giovannello, al cui interno, dal 2 maggio 1995 - come nel monastero di San Giovanni Therista, a Bivongi - risuonano nuovamente i cori della liturgia greco-ortodossa, poiché è stata concessa alla Congregazione degli Ortodossi d’Italia, che l’ha fatta sede di una parrocchia officiata da un archimandrita proveniente dal Monte Athos); per le innumerevoli chiese erette per la gloria di Dio e la salute delle anime (rimangono resti imponenti di S. Maria del Mastro e di S. Siminio, o Simeone, sec. XI).

A Gerace, per i mille anni avvenire, i vescovi - sono più di 70 quelli (conosciuti) che hanno governato la diocesi, oltre ad una trentina tra commendatari, amministratori apostolici e vicari capitolari - hanno esercitato il potere pressoché incontrastato che rese loro forti e temuti signori parafeudali e la città centro pulsante di vita, faro di indirizzo e di autorevolezza, tale da meritarsi gli entusiasmi di poeti e viaggiatori, che la definirono opulenta bella, grande ed illustre (Edrisi, XII secolo). (Guglielmo di Puglia, XI secolo),

Dei vescovi più antichi spesso conosciamo appena il nome, ma ad essi va attribuito il merito di aver sostenuto e diretto l’ingrandimento e l’abbellimento della città: sotto i Normanni, fu ivi edificato “il più sontuoso monumento della regione”, la veneranda Cattedrale, presidio e garanzia della città, segno e sede del potere ecclesiastico; a quota più alta, più tardi, fu fatto sorgere il castello, costruzione poderosa ormai allo stato di rudere.

Durante la dominazione bizantina, nell’VIII secolo, la diocesi, che già aveva adottato il rito greco, era stata svincolata da Roma ed associata al patriarcato di Costantinopoli. Creata la metropolia di Reggio, fu ad essa assoggettata come suffraganea, e mantiene tale condizione ancora ai nostri giorni; per lunghi periodi, però, alcuni vescovi - Barlaam, 1342-1348; Simone Atumano, 1348-1366; Atanasio Chalkéopulos, 1461-1497; Bandinello Sauli, 1509-1517 - ottennero l’esenzione personale da tale soggezione.

Intorno al Mille, il territorio diocesano si estendeva dalla fiumara Allaro alla fiumara Tuccio-Melito e confinava con le diocesi di Squillace e di Reggio (oltreché, lungo lo spartiacque serraspromontano, con Tauriana). Istituita la diocesi di Bova (seconda metà del X secolo), il territorio del nuovo distretto ecclesiastico fu pressoché interamente sottratto a Gerace, il cui confine meridionale, dopo avvenimenti ancora poco chiari, fu infine, e definitivamente, arretrato e fissato alla fiumara Aposcipo-Bruzzano.

Nel XIII secolo, quando ancora vi si praticava il rito greco, i Francescani fondarono a Gerace uno dei loro primi conventi, del quale sopravvivono e resti imponenti; nello stesso secolo, a Castelvetere, l’attuale Caulonia, fu fondato anche un monastero femminile latino, S. Maria di Valverde, agostiniano, riformato secondo la regola carmelitana nel XVI secolo.

Nel secolo successivo la sua cattedra fu assegnata a due fini diplomatici, Barlaam e Simone Atumano, vescovi uno dopo l’altro dal 1342 al 1366. L’apporto dei due alla vita ecclesiastica culturale e sociale di Gerace e della diocesi fu probabilmente più contenuto di quanto finora tutti abbiamo ritenuto, specialmente quello di Barlaam, che, degli otto anni di titolarità geracese, non ne passò complessivamente neppure due nella cittadina calabrese, anche se in compagnia del noto umanista Leonzio Pilato. Furono, però, anni durante i quali il nome di Gerace dovette circolare ripetutamente e in Oriente e in Occidente, dato che era il vescovo di Gerace che si adoperava a tessere la tela diplomatica della difficile e mai conclusa riunificazione delle culto2Chiese latina e greca. Furono tuttavia anche gli anni durante i quali incominciavano a sentirsi sinistri gli scricchiolii della grecità che si consumava naturalmente per far posto alla latinità. Dalla fine di quel secolo, parecchi vescovi furono latini, ma il rito greco fu abolito soltanto il 29 marzo del 1480, e proprio da un greco, Atanasio Chalkéopulos, nel ventesimo anno circa del suo episcopato geracese. Fu un atto di una tristezza infinita e di enorme rilevanza, che ebbe incidenza sulla vita religiosa e civile, sulla cultura, sulla mentalità di tutta la società diocesana, ma inevitabile, per poter rispondere alle esigenze dei fedeli.

A cavallo tra i secoli XV e XVI, dal 1472 al 1536, la diocesi fu invicem unita con la vicina Oppido, ma il primo trentennio del Cinquecento fu per essa molto gramo, sottoposta come fu al tristo fenomeno della commenda, che la impoverì materialmente e spiritualmente.

Prima, durante e dopo il Concilio di Trento, grandi vescovi - Tiberio Muti, 1538-1552; Andrea Candido, 1552-1574; Ottaviano Pasqua, 1574-1591; Vincenzo Bonardo, O.P. 1591-1601; Orazio Mattei, 1601-1622 -, operando con generosità e zelo ad applicare i decreti della riforma tridentina, dedicarono se stessi al risanamento morale e civile del popolo e soprattutto del clero, qualitativamente scadente. Le cifre fornite dalle fonti dell’epoca fotografano la condizione strutturale della diocesi: la sola città di Gerace - la cui popolazione si aggirava sulle 4000 unità - contava allora 16 parrocchie (ma ne aveva avuto fino a 30; oggi sono soltanto 3, con un solo sacerdote) e circa 60 chiese semplici o confraternali; erano presenti i Francescani di tutti i rami (Conventuali, Cappuccini, Minori) ed i Minimi (complessivamente circa 60 frati); c’erano 3 conventi femminili (due di Agostiniane ed uno di Clarisse) con circa 30 monache; uno xenodochio; 20 confraternite laicali; 100 sacerdoti; 70 chierici; 100 e più terziarie.

Con il vescovo Bonardo, soprattutto, si intensificarono gli sforzi per il reale funzionamento del Seminario, che, fondato tra mille resistenze ambientali da Andrea Candido nel 1565, viveva di stenti e di magre entrate, ma che si acquisiva il merito di costituire, allora e fino alle soglie del Novecento, l’unico istituto di istruzione di tutto il territorio diocesano.

Gli sforzi dei grandi prelati postridentini, già in sé portatori di scarsi risultati per il sassoso terreno su cui si seminava, furono del tutto frustrati dalle vicende dei secoli XVII e XVIII, durante i quali, nello spazio di cento anni, dal 1650 al 1750 circa, quattro vescovi, dei cinque che complessivamente ressero la cattedra, ebbero comportamenti e debolezze tali che tre - Vincenzo Vincentino, 1650-1670; Stefano Sculco, 1670-1686; Idelfonso Del Tufo, 1730-1748 - dovettero rinunciare al vescovato; ed uno - Domenico Diez, 1689-1729 - dovette impiegare parte del suo tempo tra un tribunale e l’altro per scongiurare lo stesso epilogo (poi portò a termine l’episcopato più lungo di tutta la storia diocesana, ben 40 anni). Fu quello un tempo tristissimo di malcostume generalizzato, e di caduta di qualunque remora, anche morale, ed illegalità e delitti si verificarono financo in luoghi di culto.

Nella seconda metà del Settecento, due bravi vescovi - Cesare Rossi, 1750-1755, e Pier Domenico Scoppa, 1756-1793 - fecero del loro meglio per risollevare le sorti della diocesi, ma il terremoto del 1783, il grande flagello, anche se nel versante jonico della provincia reggina non apportò gli sconvolgimenti inferti alla Piana, aggravò comunque le già carenti condizioni economiche e sociali del territorio.

Né l’Ottocento portò con sé il rimedio dei mali accumulati nei secoli. Ben poco si fece sotto il paternalistico governo borbonico; meno dopo la proclamazione dell’Unità. Sulla cattedra vescovile si succedettero vescovi certamente zelanti, ma in definitiva impegnati a governare il quotidiano, senza la capacità o la possibilità dell’intraprendenza necessaria a scuotere l’ambiente ed a fargli prendere in mano le sorti del proprio destino.

Si intensificava, all’epoca, il fenomeno del ripopolamento delle marine, abbandonate dieci secoli prima per la malaria. Il fenomeno - che, oltre al trasferimento della gente, ovviamente provocò anche quello degli uffici e di tutti i centri direzionali e del potere - pose inevitabilmente anche il problema della residenza dei vescovi, ai quali, dopo essersi trasferiti nel VII-VIII secolo dalla sede marittima di Locri a quella montana di S. Ciriaca/Gerace, si prospettava ora il ritorno nei luoghi di dimora dell’antica madre, dove, anche con il loro concorso, ma soprattutto per volontà dei Geracesi, era stata fondata Gerace Marina, la moderna (dal 1934) Locri, destinata nella prospettiva dei fondatori, a 3salvaguardare e perpetuare il ruolo direttivo che era stato di Gerace. Il problema fu particolarmente avvertito, con fine sensibilità, da mons. Giorgio Delrio, 1906-1920, che operò decisamente per il trasferimento nei nuovi centri di marina di parecchi titoli parrocchiali; ma. fatto più importante e notevole, pose mano con decisione alle pratiche per il trasferimento a Gerace Marina della sede vescovile, pratiche lunghe, delicate e difficili, impostate in gran segreto per la fondata preoccupazione della reazione dei Geracesi. Era così convinto della necessità quasi fatale e della riuscita dell’impresa che comprò per tempo un nuovo terreno per la costruzione dell’episcopio e suggerì per la sede di S. Maria del Mastro la costruzione di una chiesa molto ampia, pensata dunque non come semplice chiesa parrocchiale, ma come cattedrale della futura sede vescovile.

Durante il suo vescovato non se ne fece niente, e niente si fece durante il vescovato di mons. Giovanni Battista Chiappe (1922-1951), che tuttavia fu l’ultimo vescovo a risiedere a Gerace. Il trasferimento della cattedra fu attuato durante il vescovato di mons. Pacifico Maria Perantoni (1952-1962), il 22 febbraio 1954. I vescovi e la Diocesi incominciarono da allora a denominarsi di Gerace-Locri, dopo essersi denominati nel passato di Locri (secc. IV-VII), di S. Ciriaca (secc. VIII-X), di Gerace (secc. XI-XX); oggi - dal 30 settembre 1986 - si denominano di Locri-Gerace.

Nel XIX secolo, per qualche decennio, la diocesi aveva avuto unita parte del territorio dell’antica Certosa di Santo Stefano del Bosco (Serra San Bruno, Bivongi e Spadola), che, dopo aver subito gravissimi danni dal violento terremoto del 1783, nel 1807 fu soppressa ed il suo territorio smembrato durante il “Decennio francese”. Tali territori furono persi da Gerace nel 1856 a conclusione di una lunga vertenza con la confinante diocesi di Squillace. Dal 1° gennaio 1990, in conseguenza della generale ristrutturazione delle diocesi italiane, anche Locri-Gerace ha visto mutare le proprie dimensioni, essendole stato assegnato tutto il territorio compreso tra la fiumara Allaro ed il limite settentrionale della provincia civile di Reggio Calabria, ben otto comuni (Bivongi, Camini, Monasterace, Pazzano, Placanica, Riace, Stignano, Stilo) con complessive 15 parrocchie, già appartenenti alla Diocesi di Squillace; con lo stesso provvedimento, ha dovuto cedere alla diocesi di Catanzaro-Squillace le due parrocchie di Fabrizia (che ora è il provincia di Vibo Valentia).

Oggi, pertanto, la Diocesi occupa tutto il versante jonico della provincia di Reggio Calabria (39 comuni) da Punta Stilo a Capo Bruzzano e si estende su una superficie di 1247,78 kmq., con una popolazione di circa 135.000 abitanti; le parrocchie sono 74, organizzate in 5 vicarie foranee; nel territorio diocesano sorgono frequentatissimi santuari, tra i quali sono da ricordare principalmente Madonna della Montagna, detto di Polsi, di fondazione normanna, molto accorsato anche da fedeli siciliani, e Ss. Cosma e Damiano, a Riace; ecclesiasticamente, la diocesi confina con Catanzaro- Squillace (nord), Oppido- Palmi (ovest), Reggio-Bova (sud) ed è bagnata dal Mare Jonio.

 
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